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Macelli's Story
Sala Lettura
Oranona Teatro
Paas


L’Oranona
venti anni di teatro: da Boccaccio all’ecodramma,
passando per l’ottava rima

Era l’estate 1988, pochi giorni prima del debutto di Mercantia, e nel borgo medievale di Certaldo volarono, dalle alte case torri, rossi cuori di gommapiuma su spettatori ignari, seduti, naso all’insù, dirimpetto al Palazzo Pretorio.

Si recitava Boccaccio, proprio lì dove trenta anni prima lo aveva inscenato Vito Pandolfi con gran festa di popolo (e prima che ve lo portasse Ugo Chiti con la sua Arca Azzurra), e per i certaldesi fu uno spettacolo inedito. Assai poco “boccaccesche” le novelle scelte: Rossiglione e Guardastagno, ovvero “il cuore mangiato”, e Nastagio degli Onesti, l’amore non corrisposto e le pene infernali della donna crudele – già raffigurata da Botticelli – , narrate per parole, ma soprattutto scene e musiche, dai ragazzi del Laboratorio Teatrale del Comune di Certaldo diretti dal pittore-artista Carlo Romiti.

Un teatro dal segno ruvido ma ricercato faceva la sua comparsa, con dilettanti all’esordio che si pencolavano dalle alte finestre, effetti scenografici, voci amplificate e in playback affiancate a ghironda e cetra ungherese, suonate dal vivo da musicisti devoti ai Carmina Burana. L’arcaico e il moderno insieme, per raccontare storie di conflitti e amori, con un legame al territorio – Boccaccio – ma universali ed eterne (come il suo Decameron). Debuttava così, preludio a Mercantia, il Laboratorio fortemente voluto dall’assessore alla cultura Andrea Spini; quasi un parto gemellare, Mercantia ed il Laboratorio Teatrale, gemelli diversi che nel corso degli anni si sarebbero incontrati più volte.

I primi spettacoli, quasi saggi di fine corso, vennero inseriti dentro la festa, poi il Laboratorio – che richiedeva un pubblico seduto e silenzioso – optò, salvo rare occasioni, per tempi e modi diversi. Ora che Mercantia, dopo varie evoluzioni, torna a privilegiare gli spettacoli per pochi spettatori attenti – la formula de “i giardini segreti” – un nuovo incontro si profila all’orizzonte per festeggiare i 20 anni da quella prima estate di spettacolo.

L’Oranona – nome che dal 1990 ha preso il Laboratorio – e il suo direttore-animatore, Carlo Romiti, hanno percorso molta strada in questi anni. Oltre quaranta sceneggiature, tra testi originali ed adattamenti; dallo spettacolo unico del 1988 alle decine di serate allestite nel 2007; una varietà di repertorio che vede il ciclo di lettura integrale del Decameron, l’adattamento in prosa e versi dell’Orlando Innamorato di Boiardo pensato per l’ascolto tanto da farne un’opera in cd audio, spettacoli ambientati in aree urbane (dall’alba sulla cima di un poggio dimenticato nel centro del paese, al dramma sul pellegrinaggio nel Sacro Monte di San Vivaldo, alle performance contro la pena di morte negli ex macelli per lanciare l’idea poi realizzata di farne un Centro Giovani).

Salda è rimasta però l’ispirazione di fondo, e con essa l’idea di un teatro residenziale che viva degli umori e dei muri del luogo, con testi scritti e pensati per lo spazio della messa in scena, convinti che “è meglio che la gente si muova per venire a vederci, piuttosto che andare in giro come fanno tutti sacrificando al teatro la nostra vita”; regola ferrea con le sue eccezioni, fatte di inviti istituzionali e collaborazioni accademiche che hanno segnato una maturazione culturale: l’inedito di Pascoli che riscrive per la scena una novella di Boccaccio, allestito nella sua Barga; la trilogia sull’Innamorato nella Rocca scandianese che fu dei Boiardo; gli interventi su commissione per l’Ente Nazionale Boccaccio, che portarono fino ai vivi complimenti dal decano degli studiosi, Vittore Branca.

Sbaglierebbe però chi, non avendovi mai assistito, pensasse ad un teatro di tradizione o in costume: Boccaccio è solo una parte del repertorio, e il Medioevo, filologico o finto che sia, non lo si è mai visto da queste parti.
Il teatro de L’Oranona e di Carlo Romiti si è nutrito di più temi e autori, parlando degli amori e dei drammi eterni dell’uomo come fa solo la vera arte: ha denunciato con Aristofane e Plauto l’immutabile vanità dell’uomo di potere e la forza prorompente della sensualità e dei bassi istinti, ha guardato con dolcezza con Chretien de Troyes ai tormenti della crescita e dell’iniziazione dell’uomo e al fascino ambiguo della forza, ha lanciato sguardi sul caos della vita con l’Elogio della Follia di Erasmo e con i tableau vivent memori di Bosch. Ha poi cercato anche le radici della “teatralità” insita nella gestualità e nel parlare dell’Italia centrale, con la drammatizzazione dell’ottava ariostesca.

E non poteva non dedicarsi a valorizzare Boccaccio, soprattutto il meno “boccaccesco”: dal truculento Rossiglione e Guardastagno, alla visionaria rivisitazione metafisica di Nastagio degli Onesti, alle versioni di Frate Cipolla dove il popolo silenzioso balza in primo piano, vero protagonista moderno nella sua perenne e mai doma imbecillità, non più compassionevole né umana; popolo chiamato a raduno “all’ora nona”, da qui il gioco di parole che dà il nome al gruppo. Fino al ritorno alla parola asciutta, con la lettura integrale del Decameron.
Scenografico e irriverente o sobrio e testuale, il teatro de L’Oranona ha cercato di parlare del dramma eterno e contemporaneo dell’uomo restando legato al territorio di cui è espressione. Perché forse mai come oggi, c’è bisogno di fare ricerca coi piedi e la testa ben piantati per terra, per non perdere l’orientamento di fronte al mondo che cambia e riuscire ancora a “dire qualcosa”, almeno a chi abbiamo vicino.

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